Come decidono i giudici nei processi penali?

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IL DIRITTO RIGUARDA TUTTI - L'obbligatorietà dell'azione penale è prevista dall'art. 112 della Costituzione, vale a dire che, per quanto poco "grave" possa essere un reato, tutti noi possiamo diventare nostro malgrado parte attiva in un processo, sia esso davanti al Giudice di Pace piuttosto che al giudice monocratico, fino ad arrivare a quello collegiale e addirittura alla Corte d'Assise, salvo l'archiviazione da parte del Pubblico Ministero.
Quando il PM viene a conoscenza di una notizia di reato è tenuto a svolgere le indagini del caso con l'ausilio della polizia giudiziaria. Nel momento in cui l'indagato diventa imputato col suo rinvio a giudizio, comincia un iter difficile da affrontare per tutte le parti in cui ansia, sofferenza e stress alla lunga prendono il sopravvento.
Alcuni processi che hanno scosso molte coscienze come quello per la morte di Marco Vannini o anche meno mediatici come quello per l'omicidio di Maurizio Gugliotta ci hanno dimostrato che non sempre le parti riescono a capire cosa succede durante le udienze, ma soprattutto che pochi sanno come ragiona un giudice, al di là di suoi eventuali errori.
Quindi come arguisce la Corte durante e alla fine di un processo penale? E come decide il contenuto di una sentenza?

LE SCIENZE FORENSI - Scienza e diritto sono diventati un binomio inscindibile: da anni il rito penale si è sempre più aperto all'ingresso delle discipline scientifiche, tanto che molti hanno parlato di "processualizzazione del metodo scientifico", la quale passa attraverso il contraddittorio tra gli esperti, il Pubblico Ministero e gli avvocati (art. 111, co. 4 della Costituzione) fino ad arrivare al vaglio giudiziale.
Ciascuna parte può mettere in dubbio l'ipotesi formulata dalla controparte e dal perito nominato dal giudice ad esempio mostrando come al caso si possano applicare differenti leggi scientifiche in grado di dare una spiegazione alternativa all'accadimento o eccependo la presenza di alcuni fattori idonei ad esplicare efficienza causale il cui peso è stato trascurato nell'analisi giudiziale o ancora sottolineando che gli accertamenti tecnici non sono stati eseguiti a regola d'arte.
La prova scientifica dunque assume un peso decisivo nel panorama probatorio, ne deriva che la sua mancata assunzione costituisce motivo di ricorso per Cassazione sulla base dell'art. 606 co. 1 lett. d) c.p.p.

IL LIBERO CONVINCIMENTO - Nel processo penale il fatto è un evento naturalistico accaduto nel passato che diventa oggetto di indagine (procedimento penale) e di giudizio (processo penale): ricostruire gli accadimenti è molto difficile, la stessa Cassazione ha definito la "verità processuale" come «una verità limitata, umanamente accertabile e umanamente accettabile del caso concreto» (Cass. pen., V sezione, 25 giugno 1996, Cuiuli). Il fatto storico quindi è profondamente diverso dal fatto ricreato nel dibattimento, infatti dal processo penale non nasce un fatto reale, bensì processuale.
Inizialmente il capo d'imputazione viene formulato sotto forma di ipotesi, la cui fondatezza viene verificata attraverso la ricostruzione accusatoria e l'iter dibattimentale. Tale ricostruzione dev'essere razionale, ossia

  • basata sui principi della logica, della scienza e dell'esperienza;
  • edificata su risultati delle prove legittimamente assunte;
  • il più oggettiva possibile

Il nostro sistema processuale penale si fonda sul principio del libero convincimento del giudice: «è come se fossimo in un campo tutto liberamente accessibile perché tutto potenzialmente illuminabile dai raggi del sole; nessuna zona d'ombra in cui la regola sia quella della prova legale (lo speculare opposto del libero convincimento)» (tratto da "Tu, non fallire mai. Quando il codice civile incontra il codice penale... chi sopravvive?" di Paolo Scarlata). Nel momento in cui non ci sono regole inerenti alla prova legale il giudice forma la propria opinione liberamente, valutando gli esiti delle prove e dandone una coerente giustificazione.

I LIMITI E I CRITERI - Ovviamente il libero convincimento incontra dei limiti. Innanzitutto è fondamentale l'obbligo di motivazione, imposto al giudice quando decide: egli deve indicare specificamente i risultati acquisiti e i criteri adottati in modo da evitare che il suo pensiero possa essere a propria volta valutato come libero arbitrio. In pratica la Corte deve tracciare con estrema precisione il percorso che l'ha portata a decidere in una determinata maniera.
I criteri adottati per la deliberazione sono divisi in tre classi:

  • le massime di esperienza, che sono giudizi ipotetici di contenuto generale e indipendenti dal singolo caso;
  • i fatti notori, ossia fatti conosciuti pubblicamente e pacificamente che non necessitano di essere oggetto di prova;
  • le leggi scientifiche di copertura, che sono leggi universali o statistiche in ragione delle quali si può affermare che un evento si è palesato a seguito della realizzazione di un atto.

Il giudice è libero di auto-convincersi, ma come detto deve seguire la logica e uno dei primi fondamenti di tale disciplina è il porre in dubbio i dati a disposizione. In questo contesto è molto importante la regola generale per cui ogni elemento del fatto dev'essere provato "oltre ogni ragionevole dubbio": se il giudice non è convinto oltre ogni ragionevole dubbio non potrà mai condannare l'imputato (artt. 533, co. 1 c.p.p. e 527, co. 3 c.p.p.).

Autore: Davide Ronca

Dottore in giurisprudenza con un master in scienze forensi e uno in scienze criminologiche. Giornalista dal 2007, è da sempre attivissimo sul web per portare un'informazione di qualità.