Il curioso caso del furto in un gioco su Facebook e le conseguenze legali

UN FURTO PARTICOLARE - La nostra storia inizia quando Paola, una 44enne di Palermo che lavora nel Pubblico registro automobilistico, torna a casa e la trova completamente svaligiata: i ladri hanno portato via tutto, dal divano all'idromassaggio, dagli specchi ai tappeti, addirittura è scomparsa una favolosa collezione di conchiglie, ma fortunatamente è rimasto "Blue cat", il gatto di casa. La proprietaria, letteralmente sconvolta, presenta una denuncia alla Procura di Palermo, il fatto è grave e "grida giustizia", c'è un particolare: l'abitazione della donna è virtuale, precisamente è "hostata" in un videogioco su Facebook chiamato "Pet Society". Nonostante le giuste osservazioni di Paola che forse ha addirittura perso oggetti online pagati con soldi reali, il PM non è molto convinto del rinvio a giudizio e dopo un breve periodo di indagini grazie all'aiuto della polizia postale opta per l'archiviazione.

LA QUESTIONE GIURIDICA - La notizia risale al 2010 e ha fatto impazzire molti giornalisti che si sono sbizzarriti con titoli e descrizioni scherzose e a volte improbabili, tuttavia ai più è sfuggito il punto: la vicenda non doveva essere ridicolizzata, perché poteva offrire un ottimo spunto di discussione in campo giuridico. La questione non doveva vertere, come fecero molti a quel tempo, sull'art. 614 c.p. ("violazione di domicilio"), qualcuno addirittura si dilettò nell'associare l'evento all'art. 615 c.p. ("violazione di domicilio commessa da un pubblico ufficiale"), che è un reato proprio, improbabile nel caso di specie. Il "furto" era da analizzare sulla base dell'art. 615 ter c.p., che riguarda l'accesso abusivo a un sistema informatico con conseguente manipolazione dei dati personali e/o distruzione del sistema stesso. La curiosa storia di Paola è di grandissima attualità, perché gli uffici giudiziari sono pieni di denunce di questo genere.

DIETRO LA NOTIZIA - Ad oggi non si sa com'è finita la vicenda giudiziaria, rimangono un po' di inquietudine per com'è stato trattato il caso a livello giornalistico e alcuni spunti giuridici. Ipoteticamente parlando, la donna non era solo alla ricerca di una pretesa risarcitoria, ma cercava anche di tutelarsi in caso di problemi futuri. Quali? Il reato di accesso abusivo a un sistema informatico diventa ancora più grave quando qualcuno si appropria del profilo di un altro individuo per diffondere materiale osceno o addirittura pedopornografico. Si tratta di casi nei quali vengono aggiunte accuse afferenti alla pedofilia (artt. 600 ter e 600 quater c.p.) e altri reati a sfondo sessuale che in prima battuta vengono contestati al possessore dell'account. Questi deve faticare non poco per provare che non è lui il reo e riuscire a "scrollarsi di dosso" l'iscrizione nel registro degli indagati, dimostrando di essere stato vittima di un hacker. Per Paola una brutta avventura, per noi un monito in un mondo che sta cambiando molto velocemente, soprattutto nel virtuale.

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Autore: Davide Ronca

Dottore in giurisprudenza con un master in scienze forensi e uno in scienze criminologiche. Giornalista dal 2007, è da sempre attivissimo sul web per portare un'informazione di qualità.