All'esame di avvocato col walkie-talkie: aspirante legale e madre nei guai

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GLI ANTEFATTI - Siamo a Padova, nel padiglione 7 della fiera dove si stanno svolgendo gli esami per diventare avvocato.
Molti dei 1.224 aspiranti si sono svegliati alle 6:30 per arrivare alle 8 e presentarsi ai sei varchi di entrata in tempo, altri hanno percorso chilometri nelle prime ore del mattino partendo da molte città del Veneto e non solo. È il 13 dicembre, giorno della prova di penale (e non, come sostengono alcune testate giornalistiche, di civile), i controlli avvengono tranquillamente, i tirocinanti avvocati si accomodano ai posti assegnati e verso le 10:30 la prova può avere inizio.
Sembra tutto a posto, ma non è così: il tecnico presente in sala capta con i suoi strumenti una discussione fra due voci femminili, evidentemente il padiglione è schermato dalle onde elettromagnetiche che possono essere emesse dai cellulari, ma non da specifiche onde radio.

UNA SCOPERTA INCREDIBILE - La Commissione d'esame allerta dei finanzieri già presenti sul posto, questi ultimi si rendono subito conto della situazione, cominciano a girare attorno al padiglione e, dopo poco tempo, scoprono una signora con un walkie-talkie, un cellulare e un tablet. La 62enne G.S. inizialmente non collabora con le Fiamme Gialle: dichiara di essere parente di un candidato, ma non rivela le sue generalità. Spuntano tre nominativi, rivelatisi subito falsi e all'apice della tensione la donna minaccia querele in caso di perquisizione, peraltro autorizzata istantaneamente dal PM Falcone. I finanzieri ovviamente non demordono: «Guardi che sta peggiorando la situazione».
Durante la perquisizione viene notato un indirizzo email che corrisponde al nome e cognome di una candidata, è la figlia della signora: la 37enne S.Z.; i tutori dell'ordine tornano nel padiglione e scoppia la tragedia.

ESPLOSIONE DI ANGOSCIA E NERVOSISMO - Alla tirocinante avvocatessa non viene trovato nulla, ma dopo un secondo controllo da parte di una commissaria ecco saltare fuori da sotto un plaid in lana scozzese il walkie-talkie gemello.
Sono le 13:30, si cominciano a sentire le prima urla; la candidata viene invitata a uscire, ma lei non ne vuole sapere: «Siete commissari pagati! Cosa vi mettete a rompere le scatole?!». Le grida diventano sempre più insistenti e rimbombano in tutto il padiglione; i tirocinanti avvocati che in quel momento stanno provando a risolvere i pareri dapprima cercano di capire cosa sta succedendo volgendo lo sguardo in direzione delle grida e in seguito si guardano in faccia, letteralmente sbigottiti. C'è il rischio di annullare la prova per tutti e non ci sarebbero precedenti a un evento simile.
A S.Z. vengono trovati anche quattro piccoli registratori, un PC portatile con il mouse avvolto in una sciarpa e un commentario (vietato) cammuffato da codice.

IL COMMENTO DELLA MADRE - «Questo episodio è stato per noi come toccare il fondo, mia figlia era stufa di questo esame: era la quinta volta che lo provava e voleva passarlo a tutti i costi. L'idea è stata sua e ha detto "o la va o la spacca", sarebbe comunque stata l'ultima volta. Aveva letto in internet di un aspirante avvocato che al Sud aveva superato l'esame grazie ai walkie-talkie e così mi ha chiesto di aiutarla. Io fino alla mattina ero insicura e titubante, avevo molta paura ma lei invece era decisa. Era convinta altrimenti di non passare quell'esame. Studiava giorno e notte, ormai si sentiva di peso per noi genitori e voleva essere autonoma. Ora dove andrà a trovare lavoro? Dove sono gli aiuti per i giovani? Senz'altro cambierà settore, ma quel che è certo è che non ci aspettavamo sarebbe successo tutto ciò. Mia figlia ora sta metabolizzando la cosa, ma era convinta che, nel caso fosse stata scoperta, l'avrebbero semplicemente espulsa dall'aula», questo il commento di G.S. in difesa della figlia rilasciato a "La Tribuna" di Treviso. La donna ha poi aggiunto una gaffe incredibile: «Ci hanno trattato come dei banditi, con perquisizioni e quant'altro. Siamo gente normale, cos'abbiamo fatto? Quante cose peggiori ci sono? Al Sud quante ne succedono?».

L'EPILOGO (PER ORA) - Il reato ipotizzato nella migliore delle ipotesi è la violazione dell'art. 1 della L. 475 del 1925: "Chiunque in esami o concorsi, prescritti o richiesti da autorità o pubbliche amministrazioni per il conferimento di lauree o di ogni altro grado o titolo scolastico o accademico, per l'abilitazione all'insegnamento ed all'esercizio di una professione, per il rilascio di diplomi o patenti, presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri, è punito con la reclusione da tre mesi ad un anno. La pena della reclusione non può essere inferiore a sei mesi qualora l'intento sia conseguito", non esattamente ciò che auspicava S.Z., la quale si immaginava il solo allontanamento da parte della Commissione. Le due donne sono attualmente indagate per una vicenda che, come avete potuto leggere, è ai limiti dell'inverosimile.

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Autore: Davide Ronca

Dottore in giurisprudenza con un master in scienze forensi e uno in scienze criminologiche. Giornalista dal 2007, è da sempre attivissimo sul web per portare un'informazione di qualità.