“La fine delle impronte digitali”, ma dubbi sulla loro unicità e utilità sono sostenuti da pochi ricercatori

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Sembra che per alcune testate giornalistiche la fine delle impronte digitali in campo forense sia imminente: "potrebbero non essere più considerate il metodo per distinguere univocamente gli individui" titola "La Stampa", "non esistono evidenze sufficienti per affermare che sono uniche per ciascun individuo, lo indica una fonte autorevole come l'Associazione Americana per l'Avanzamento delle Scienze (AAAS) nel rapporto redatto dai suoi esperti", sottolinea l'ANSA.
Saremmo quindi arrivati alla "catastrofe criminalistica" più totale: nemmeno delle impronte ci potremmo più fidare, ma sarà vero?
Nel 1880 Henry Faulds, un medico e missionario scozzese, in un articolo pubblicato su "Nature" suggerì l'individualità delle impronte digitali e un loro possibile utilizzo nell'identificazione dei criminali, in quegli stessi anni William James Herschel dimostrò la praticabilità dell'idea annunciando di averla attuata a fini amministrativi in India. Tuttavia furono Francis Galton e soprattutto Edward Henry, poliziotto britannico e autore di "Classificazione ed uso delle impronte digitali", ad usufruire della scoperta utilizzando metodi scientifici, prima allo stadio embrionale e in seguito sempre più elaborati.
Eppure, nonostante secoli di studi e ricerche, per qualcuno la storia dovrebbe essere riscritta: «I sistemi che analizzano le impronte digitali servono a identificare la persona che ha lasciato il suo segno sulla scena del crimine, ma non esiste un metodo scientifico per stimare il numero di individui che condividono le caratteristiche di un'impronta digitale e inoltre non si può escludere l'errore umano durante il confronto», questo il commento lapidario di Joseph Kadane, docente di statistica e scienze sociali all'università privata di Pittsburgh "Carnegie Mellon", che ha collaborato al suddetto rapporto.
Ma dobbiamo veramente crederci?
In realtà è un po' presto sia per parlare di bufala che di intuizione geniale: ad oggi l'uguaglianza di impronte appartenenti a due soggetti diversi non è ancora stata dimostrata e l'individualità della succitata caratteristica umana viene evidenziata da risultati empirici. Tuttavia l'ultimo studio ha palesato come la ricerca non sia stata ampliata a livello statistico, anche considerando che non esiste un metodo unico di rilevazione.
Al momento si potrebbe dire che sui giornali stiamo leggendo una mezza bufala o al massimo un principio di scoperta dell'acqua calda: l'unicità delle impronte digitali è sostenuta da praticamente tutta la comunità scientifica e non solo. Di recente l'hacker Jan "Starbug" Krissler della storica organizzazione "Chaos Computer Club" sarebbe riuscito a realizzare una copia digitale delle impronte del Ministro della difesa tedesco Ursula von der Leyen partendo da alcune immagini delle sue mani scattate durante un evento pubblico da un fotografo posizionato a due metri e mezzo di distanza. Una notizia che denota quanto dovremmo "tenere stretto" quello che sembra essere ancora un nostro segno distintivo, nonostante ricerche "last minute".

Autore: Davide Ronca

Dottore in giurisprudenza con un master in scienze forensi e uno in scienze criminologiche. Giornalista dal 2007, è da sempre attivissimo sul web per portare un'informazione di qualità.