Si può nascere criminali?

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La domanda più logica che possiamo rivolgerci di fronte agli episodi di violenza spesso disumana esplosi recentemente in Italia e nel mondo è questa: "Si può nascere criminali?". In poche parole: c'è qualcosa in noi che predispone al male? Per rispondere a tale quesito la ricerca è partita da molto lontano, addirittura dai tempi mitici e dal mondo classico di Platone e Aristotele, in cui c'era la convinzione di una correlazione tra anomalie fisiche e degenerazione dell'anima. Agli inizi la fisiognomica era l'arte di capire la personalità dell'individuo attraverso l'osservazione delle caratteristiche somatiche, diventò poi scienza con lo sviluppo dell'anatomia e infine venne posta in stretta correlazione con lo studio della criminalità grazie a Cesare Lombroso.
Influenzato dalla fisiognomica, Lombroso osservò che nell'uomo delinquente comparivano le "stigmate del primitivismo" e formulò la teoria dell'atavismo, secondo la quale il criminale era "delinquente nato" con caratteristiche ataviche simili a quelle dell'uomo primitivo e quindi innate. Egli ampliò l'applicabilità dell'antropologia criminale, aggiungendo il concetto di degenerazione, cioè la malformazione derivata da malattie fetali. Alienati e delinquenti messi a confronto sembravano strettamente collegati a particolari strutture somatiche: la maggior parte degli alienati non nasceva tale, ma lo diventava, mentre era esattamente il contrario per i delinquenti.
Coniata dal suo allievo Ferri, la definizione di "delinquente nato" non rimase mai statica, comprendendo una molteplicità di devianti nella varia combinazione tra atavismo, pazzia morale ed epilessia. Furono migliaia i soldati studiati da Lombroso durante il servizio militare e centinaia i crani dei ladri e degli assassini da lui esaminati; ricerche culminate nel caso del brigante Giuseppe Villella, la cui autopsia rivelò una malformazione delle ossa craniche, la cosiddetta "fossetta occipitale mediana", scoperta che costituì il nucleo fondamentale dell'antropologia del "delinquente nato".
Oggi non si può sostenere la validità scientifica delle teorie di Lombroso, ma è doveroso evidenziare la novità del suo lavoro: partendo dal dato bio-antropologico aprì un percorso di ricerca nello studio del fenomeno criminale molto più ampio, in cui sono compresi anche aspetti psicologici e ambientali. Queste intuizioni, che si potrebbero definire pseudoscientifiche, non solo portarono a una nuova definizione di criminalità e quindi di infrazione alla legge, spostando l'interesse dal reato alla fisicità e personalità del reo, ma anticiparono anche le maggiori teorie della biocriminologia attuale.
Tenendo presente che Lombroso non poteva conoscere la genetica, si deve sottolineare che le sue intuizioni sull'aspetto degenerativo ed ereditario del comportamento criminale hanno trovato conferma nelle attuali neuroscienze, discipline che si occupano del cervello e del sistema nervoso degli esseri viventi a livello molecolare, biochimico e genetico, a cui si è aggiunto quello psicologico e patologico. Esse permettono di capire, tramite varie tecniche di "neuroimaging funzionale", che esiste una diversità tra il cervello del criminale e quello del non criminale, in modo che viene superata la soglia tra normalità e patologia. I principali seguaci di Lombroso furono Enrico Ferri, cofondatore della Scuola Positiva e iniziatore della sociologia criminale e Raffaele Garofalo, fautore dello psicologismo criminale, senza dimenticare il labirinto dei sostenitori e detrattori in Italia e nel mondo. Lombroso fu uno dei rappresentanti più rispettati della neonata psichiatria italiana negli anni in cui Sigmund Freud analizzava la struttura pulsionale dell'individuo e affermava che la personalità si basava su stimoli biologici, innati, ereditari, soprattutto di natura sessuale.
Oggigiorno sappiamo che molte risposte sulla criminalità si possono trovare nella genetica e nello studio del cervello, della sua struttura e del suo funzionamento: esaminando le leggi della genetica del comportamento si può parlare di ereditarietà riferendosi al DNA, di influenza dell'ambiente e dell'importanza dei fatti casuali, il che fa pensare a un'interazione tra geni e ambiente. Dagli anni '70, grazie agli studi di neurologia, la conoscenza dell'encefalo umano si è perfezionata: costituito da cento miliardi di cellule nervose (neuroni) e da un numero ancora superiore di fibre nervose che mantengono il collegamento fra i neuroni stessi (sinapsi), esso è una centrale chimica e ha un funzionamento automatico. Nell'ambito della medicina legale è interessante comprendere la possibile predisposizione biologica al crimine: è stato scoperto un gene, il cui prodotto è una proteina deputata a influire sui livelli dei neurotrasmettitori, definito "warrior gene" (gene guerriero) che contribuisce a una maggiore aggressività. Lombroso nella costituzione morfologica individuava le caratteristiche somatiche del delinquente, mentre la moderna ricerca ha posto la sua attenzione all'interno del cervello, osservando le sue aree correlate con la violenza.
In ogni caso dire "non sono stato io, sono stati i miei geni" non è corretto, perché possedere varianti genetiche non è motivo sufficiente per un comportamento antisociale, pur costituendo un fatto predisponente. In una puntata della serie televisiva "CSI - Scena del crimine" il criminologo Raymond Langston interpretato da Laurence Fishburne lo dimostra in modo piuttosto clamoroso durante un processo penale a carico di un serial killer.
Dieci anni fa fa la genetica è entrata in Tribunale suscitando molto scalpore con la sentenza n. 5 del 1 ottobre 2009 della Corte d'Assise di Trieste che, per determinare il grado di capacità di intendere e di volere dell'imputato, ha fatto ricorso alle indagini genetiche e a una ricerca strumentale di immagini cerebrali per la prima volta in Italia. Alla luce di una perizia basata sulla risonanza magnetica strutturale e funzionale e sulla ricerca di varianti alleliche di geni implicati nel metabolismo e nel meccanicismo dei principali neurotrasmettitori cerebrali, questa rivoluzionaria sentenza ha concesso all'imputato responsabile di omicidio una riduzione della pena, in quanto nel suo patrimonio cromosomico emergeva la presenza di geni capaci di renderlo particolarmente reattivo in termini di aggressività e conseguentemente vulnerabile in presenza di situazioni di stress. Si è dedotto che era affetto da "vulnerabilità genetica" perché possedeva alleli nella variante sfavorevole ed era portatore dell'allele MAOA-L, in grado, come si è detto, di contribuire a un comportamento impulsivo e aggressivo.
Bisogna tenere presente che non si può mai prescindere dall'interazione gene-ambiente e che è necessario distinguere la vulnerabilità dalla patologia: la prima indica la maggiore possibilità di ammalarsi, la seconda si riferisce a una malattia già in atto. Se l'accertamento di "neuroimaging" fornisce informazioni utili per conoscere le basi neurobiologiche dei comportamenti antisociali, l'esame della sentenza di Trieste porta a concludere che solo attraverso una valutazione del valore di malattia dell'atto si può dimostrare un'infermità giuridica rilevante. Le nuove tecniche di indagine consentono di visualizzare l'attivazione di aree cerebrali e hanno aperto nuove prospettive per cercare di individuare quali strutture siano implicate nelle azioni delittuose. La sentenza della Corte d'Assise di Trieste, a seguito delle perizie genetiche, è giunta a un quadro più preciso sull'infermità mentale dell'imputato. Il punto focale è quanto ci sia di neolombrosismo in questa lettura dell'agire criminale: essa ha reso più chiaro il quadro di infermità mentale, permettendo una diagnosi a più dimensioni che ha costituito l'approfondimento di un'indagine clinica, ma non, come potrebbe sembrare da una lettura superficiale, una rivoluzione giuridica. Infatti in psicopatologia forense le neuroscienze rappresentano una valida integrazione a una tradizionale diagnosi psichiatrica per chiarire i contorni dell'infermità di mente senza enfatizzarne l'importanza, perché esiste il pericolo di classificare le persone come potenziali criminali.
In un processo tenutosi a Como per un fatto delittuoso accaduto nel 2009 l'indagine genetica molecolare sull'imputata ha evidenziato la presenza di tre alleli sfavorevoli che predisponevano all'aggressività e quella di imaging cerebrale ha denotato alterazioni della morfologia e del volume delle strutture cerebrali nonché della densità della materia grigia in alcune zone basilari come quella che regola le azioni aggressive. Tra l'altro di recente sono state fatte ricerche simili su Veronica Panarello durante l'iter processuale per la morte del figlio Lorys Stival che tuttavia non hanno giovato in alcun modo alla difesa. Nel caso di Como si è aggiunto un fattore nuovo di grande importanza: dopo aver analizzato la struttura dell'encefalo, l'imputata è stata dichiarata "impulsiva, aggressiva e violenta di natura", definizione che riporta alla mente quella di Lombroso, cioè "delinquente nata". Tutto ciò non significa che l'essere umano in condizioni normali non abbia la responsabilità di dominare le sue pulsioni, in quanto dotato di libero arbitrio.
Lombroso ebbe l'intuizione per cui nell'individuo dovevano esistere dei caratteri che potevano spiegare la predisposizione alla delinquenza e si convinse di trovarla in precise anomalie fisiche. Questa idea si è arricchita in un continuo crescendo e si è snodata in un percorso sempre più interessante, diventando multidisciplinare. Non si nasce criminali, si nasce piuttosto con un corredo genetico che talora, in particolari situazioni, può predisporre a comportamenti antisociali e quindi favorire la commissione di reati: escludendo gli individui con patologie mentali che li privano completamente della capacità di intendere e di volere, non si può, pur in presenza di una seminfermità mentale, togliere la responsabilità del soggetto che delinque, essendo dotato di libero arbitrio e quindi in grado di discernere il bene dal male. Chi commette reati anche gravi spesso è una persona che non vuole capire che l'affermazione della propria libertà non deve ledere quella altrui e che l'appartenenza alla società implica il rispetto degli altri e significa adeguarsi alle regole che essa impone secondo il motto latino "ubi societas ibi ius" ("dove c'è una società -civile-, lì vi è il diritto").

Autore: Davide Ronca

Dottore in giurisprudenza con un master in scienze forensi e uno in scienze criminologiche. Giornalista dal 2007, è da sempre attivissimo sul web per portare un'informazione di qualità.