I messaggi hot dei prof e quella convinzione per cui “WhatsApp non è internet”

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Ultimamente in alcune scuole italiane sta accadendo qualcosa di strano.
Si tratta di casi molto rari, ma che ricalcano anche ciò che abbiamo più volte notato nel mondo anglosassone. Stiamo parlando degli approcci sessuali a livello virtuale da parte di alcuni insegnanti nei confronti delle loro studentesse, una sorta di "sexting scolastico".
A Treviso un professore cinquantenne si sarebbe intrattenuto in chat erotiche con alcune sue discenti, l'uomo è stato denunciato dai genitori di una sedicenne che avevano controllato il contenuto del telefono della figlia, pare anche che quest'ultima abbia inviato foto osé al docente.
Pochi giorni dopo è apparsa sulle testate giornalistiche nazionali una notizia simile: a Riccione un professore avrebbe inviato file audio a una sua studentessa di 15 anni con esplicite richieste di prestazioni sessuali. Denunciato dal preside dell'istituto, ora risulta indagato per violenza sessuale su minori.
Si tratta di episodi che fanno riflettere, perché evidentemente per alcuni individui ciò che viene inviato da un cellulare rimane confinato nello stesso smartphone, al di là della loro condotta riprovevole e/o scandalosa. Tuttavia in quest'epoca di informazioni scambiate alla velocità della luce risulta incredibile la mentalità di una persona che utilizza sistemi di messaggistica in quel modo pensando di farla franca, lo dimostra il fatto che l'ultimo docente è stato "beccato" proprio per la condivisione dei suoi audiomessaggi da parte della ragazzina ad alcune sue amiche e infine ai genitori di queste.

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Autore: Davide Ronca

Dottore in giurisprudenza con un master in scienze forensi e uno in scienze criminologiche. Giornalista dal 2007, è da sempre attivissimo sul web per portare un'informazione di qualità.