“Nessun reato se il marito spia la moglie con un keylogger”? No, è un titolo clickbait!

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Negli ultimi giorni alcuni siti e addirittura molte pagine social di professionisti hanno riportato insistentemente una presunta notizia per cui, secondo la Cassazione, "il marito che spia la moglie con un keylogger installato sul PC non compie alcun reato". I keylogger sono strumenti hardware e software in grado di monitorare l'attività di un utente su un device, sia esso un computer o uno smartphone; la sola definizione farebbe drizzare le orecchie a qualsiasi persona di buon senso: com'è possibile che si possa fare ciò in modo lecito nei confronti di una persona completamente ignara e che soprattutto non ne ha dato il consenso? In effetti l'iter a cui si è fatto riferimento ha riguardato un uomo condannato sia in primo grado che in appello per divulgazione di dati personali (art. 167 bis del Codice della privacy), installazione e captazione fraudolenta (art. 615 bis c.p.) e violazione della corrispondenza (art. 616 c.p.), tuttavia la Suprema Corte con sentenza n. 30735/2020 ha ribaltato le precedenti pronunce.

Come? Semplicemente l'uomo non ha violato la privacy della moglie, perché invece di divulgare le conversazioni online oggetto della contesa, le aveva presentate al giudice che doveva stabilire le condizioni per la separazione. Per quanto riguarda la violazione della corrispondenza, la Cassazione ha arguito che la condotta del protagonista di questa vicenda non è in alcun modo assimilabile alla fattispecie prevista dall'art. 616 c.p., «norma riferibile solo alla comunicazione umana nel suo profilo "statico" che scatta quando il pensiero già comunicato o da comunicare è fissato su un supporto o rappresentato in forma materiale», mentre in questo caso i dialoghi virtuali erano stati carpiti in un momento dinamico, come forse più verosimilmente prevede l'art. 617 quater c.p. Per quanto concerne la presenza del keylogger, l'uomo ha potuto giustificarsi in modo credibile adducendo il fatto che era stato installato con la compagna per controllare la figlia minorenne. Mentre alcune testate giornalistiche nonostante il titolo clickbait sono riuscite a informare correttamente, altri non hanno specificato alcunché, alimentando dubbi e creando confusione.

Autore: Davide Ronca

Dottore in giurisprudenza con un master in scienze forensi e uno in scienze criminologiche. Giornalista dal 2007, è da sempre attivissimo sul web per portare un'informazione di qualità.