TikTok, i suicidi e la memoria corta: fatti simili accaddero nel 2014 e l'“imputato” fu ASKfm

GIORNALISMO IN CRISI - Negli ultimi tempi sembra che alcune testate giornalistiche si siano svegliate dando al mondo una notizia davvero incredibile: "i bambini sono molto social". Sembra che alcuni articolisti si siano resi conto che "i nostri figli" facciano uso massiccio di Facebook, Instagram, TikTok e non solo perché a molti giovani, intorno al decimo compleanno, viene regalato lo smarthone. Qualcuno ha addirittura scomodato psichiatri e psicologi che, a volte in articoli a pagamento, hanno individuato svariati problemi nel concedere i cellulari ai più piccoli. Ma cos'ha scatenato tutto questo? Un fatto di cronaca tragico ed estremamente grave: la morte di Antonella, una bambina deceduta per asfissia nel bagno della sua abitazione a Palermo. Inizialmente molti media hanno puntato il dito contro TikTok e una fantomatica "blackout challenge" o "hanging challenge" con tanto di foto della vittima minorenne non oscurata e la pubblicazione del suo cognome in barba alla deontologia giornalistica, salvo poi fare mestamente marcia indietro quando, a seguito di perizie, non sono state riscontrate sullo smartphone della bambina tracce di sfide pericolose lanciate sulla rete. Il padre com'è logico che sia vuole giustizia e attualmente ha ipotizzato che la figlia sia stata contattata in privato da qualche malintenzionato per indurla a mettere a repentaglio la sua vita forse senza che lei se ne rendesse conto, ma cosa n'è stato della colpa di TikTok?

LA FURIA GIUSTIZIALISTA - Fino a pochi giorni fa si chiedeva a gran voce di chiudere TikTok, reo di dare spazio al cyberbullismo e a "challenge" pericolose. Il Garante per la protezione dei dati personali, vista la situazione esplosiva, ha chiesto al suddetto social di bloccare l'accesso agli utenti minori di 13 anni... sulla base di una loro dichiarazione online, in pratica l'inserimento della loro età usufruendo di un form! Riguardo tale scelta ci sono state molte polemiche e a dire il vero numerosi sberleffi soprattutto su Facebook e Twitter, tanto che l'Autorità per la privacy ha specificato che si sta studiando l'utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale per la verifica dell'età e una campagna di sensibilizzazione per i genitori, in pratica verrà chiesto loro di esserci più spesso fisicamente. In questi giorni dall'altra parte della barricata il social network cinese si è concentrato sul "collegamento famigliare", ossia una funzione che permette di associare l'account di un genitore a quello del figlio (presumibilmente) adolescente al fine di controllare i contenuti visualizzati. A parte alcune velleità che giudicare "strane" sarebbe un eufemismo, sembra che molti non abbiano capito una cosa importante: i social network fanno parte della nostra vita da circa 15 anni, prima c'erano i forum (che di recente stanno tornando in voga grazie all'uso di Reddit) e prima ancora i newsgroup. Certo, possono cambiare le abitudini, forse un adolescente oggigiorno preferirà fare un balletto su TikTok invece di aprire un topic su un forum, cambiano i "device", cambia il concetto di "eroe" o "persona da seguire" che una volta poteva essere Alberto Manzi col suo "Non è mai troppo tardi" trasmesso dalla RAI e che oggi è Lyon su Twitch, ma i fatti di cronaca sono ciclici e in un modo o nell'altro tornano sempre, ecco perché pensare di chiudere TikTok è un punto di vista un po' miope.

CONCLUSIONI AFFRETTATE - Nonostante le perizie sul telefonino della povera Antonella ci sono ancora delle testate giornalistiche che stanno cavalcando l'onda della notizia, ecco che quindi sono stati pubblicati fiumi di parole su Dazhariaa Quint Noyes, influencer che su TikTok aveva 100.000 follower, suicidatasi probabilmente per depressione; mentre intorno alla fine di gennaio qualcuno ha provato a collegare la storia della bambina di Palermo a quella di una 15enne che ha tentato il suicidio a Roma, istigata su un non ben identificato messenger da un altrettanto non ben indentificato "Apostolo di Dio". A fronte di queste notizie bisogna sottolineare che sicuramente serve la presenza costante dei genitori, ma anche che altrettanto certamente molti non hanno capito la differenza tra realtà e creepypasta e l'attrazione che molti giovani provano per questo genere di storie, un po' come alcuni adulti sono attratti dai film horror. A volte l'istigatore, ossia in casi come questi chi premedita e cerca in modo spasmodico la morte dell'interlocutore minorenne, è presente, ma molto spesso l'evento accade per "gioco" e passaparola. Un esempio scolastico potrebbe essere il "rito" di "Bloody Mary" fatto dai ragazzini dalla notte dei tempi e rilanciato da alcuni youtuber per ottenere visualizzazioni. Nel 2018 ci fu un caso molto controverso che riguardò il 14enne appassionato di scalate in montagna Igor Maj; a tutt'oggi il padre è orientato sulla "blackout challenge" per spiegare la tragedia, altre fonti parlano di suicidio, il punto nella nostra ottica è che a seguito del dramma è stato indagato per istigazione al suicidio uno youtuber che aveva menzionato la sfida in un cosiddetto "video-curiosità". Ad oggi le notizie trapelate sulla vicenda sono quasi inesistenti e il PM ha chiesto l'archiviazione senza dare troppe spiegazioni sul mancato rinvio a giudizio della persona in questione a Open.online, argomentando esclusivamente a livello giuridico. In assenza di dati certi sui singoli casi, con carnefici o presunti tali praticamente invisibili, è davvero opportuno trarre conclusioni dettagliate?

PAROLA AL PUBBLICO MINISTERO - Intervistato dalla redazione del suddetto sito, Cristian Barilli, il Pubblico Ministero del Tribunale di Milano che ha trattato il caso del piccolo scalatore, ha comunque rilasciato delle dichiarazioni estremamente interessanti da un punto di vista dottrinale e giurisprudenziale: «Il tipo di responsabilità legata a un episodio come quello di Igor Maj è una responsabilità fluida. Il reato a cui si possono avvicinare di più queste dinamiche è quello di istigazione al suicidio. Ed è un reato che prevede la punizione di condotte ben precise. Per capirci meglio, è lo stesso reato per cui è stato chiamato a rispondere Marco Cappato. Al momento quindi è difficile inquadrare la responsabilità dei social dal punto di vista penale. [...] Noi siamo partiti dall'ipotesi che gli episodi di cui stiamo parlando non siano esito di una volontà suicidaria ma siano tragici epiloghi di azioni pericolose che hanno portato al decesso di chi le ha intraprese. È per questo che, giuridicamente, non è possibile ipotizzare nessuna condotta volta a creare in altri la volontà di suicidarsi. Al massimo esiste una responsabilità colposa. [...] Le cose sono cambiate negli ultimi anni. Una sentenza che ha fatto storia su questo tema è quella del caso Google contro Vivi Down. Nel 2006 nella sezione Google Video era stato pubblicato un filmato con alcuni ragazzi che all'interno di una scuola prendevano in giro un ragazzo con la sindrome di Down, sbeffeggiando anche l'associazione Vivi Down. L'associazione aveva intentato una causa e nel 2014 la Cassazione aveva emesso una sentenza dove si diceva che la piattaforma che ospita un contenuto non è responsabile del contenuto stesso». Nessuna reponsabilità delle piattaforme e dubbi su queste "challenge", quindi...?

LE SOLUZIONI - Nel 2014 Nadia, una 14enne residente a Fontaniva, in provincia di Padova, si suicidò e il battage mediatico fu lo stesso di Antonella: venne messo immediatamente sul patibolo Ask.fm (oggi chiamato "ASKfm" che sta per "Ask for me"), un social basato sull'interazione "domanda-risposta", in cui la giovane venne aggredita da alcuni cyberbulli. «Ucciditi, fai schifo come persona, spero che uno di questi giorni di taglierai una vena...», «Sei una ritardata grassa e culona», «Fai schifo, meriti di morire», «Fingi di essere depressa per attirare l'attenzione, sei patetica», questi furono alcuni post che la ragazza lesse nei giorni prima di morire. Noi di DirittoeCronaca.it abbiamo visto personalmente dal caso di Carolina Picchio che il cyberbullismo esiste e può essere devastante, tuttavia anche se in onore di Nadia gli inquirenti promisero che avrebbero dato un volto a quei messaggi, forse spinti dai ripetuti inviti da più parti a chiudere ASKfm, pochi mesi dopo tutto si concluse in una bolla di sapone. "Il Mattino" di Padova fu lapidario: «Nadia, per il PM fu suicidio e basta. Scagionato ASKfm. [...] Una fine al centro di un'inchiesta che il Pubblico Ministero padovano Roberto D'Angelo si prepara a chiudere con l'archiviazione del procedimento penale, sempre rimasto a carico di ignoti. Dunque, senza alcun nominativo finito nel registro degli indagati. Morte per suicidio. Inutile cercare altre spiegazioni secondo la Procura. [...] Impossibile individuare gli autori di quelle farneticazioni insane, deliranti ma comunque non in grado di reggere l'ipotesi di reato di istigazione al suicidio». La conclusione non piacerà a molti ed è questa: a meno di collaborazioni importanti fra social network e Procure di tutto il mondo non si riusciranno mai a dirimere casi simili, inoltre il problema non è un singolo social network, piuttosto la scuola e associazioni di vario genere in accordo col Ministero dell'Istruzione dovrebbero farsi carico dell'educazione al web nei confronti dei minori. Pensare di tenere fuori i ragazzi da internet per risolvere i problemi o ricorrere a improbabili censure di social network è una delle utopie più assurde che si siano mai sentite, sarebbe ora di accettarlo.

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Autore: Davide Ronca

Dottore in giurisprudenza con un master in scienze forensi e uno in scienze criminologiche. Giornalista dal 2007, è da sempre attivissimo sul web per portare un'informazione di qualità.