“Cyberbullismo: i rischi della rete”, in ricordo di Carolina Picchio

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LO SMARTPHONE, QUESTO SCONOSCIUTO - Il 13 maggio all'Auditorium "Giorgio Gaber" di Milano si è tenuto il convegno "Cyberbullismo, i rischi della rete e il ruolo dei media" a cui hanno partecipato la Fondazione Carolina, la Polizia Postale e delle Comunicazioni, le avvocatesse Marisa Marraffino e Anna Livia Pennetta, molti giornalisti e gli studenti dell'Istituto Comprensivo Giosuè Borsi del capoluogo lombardo.
Si è trattato di un incontro estremamente interessante che ha coinvolto i presenti sia intellettualmente che emotivamente: negli ultimi anni il contesto sociale è profondamente cambiato, complice l'introduzione degli smartphone; 7 giovani su 10 sono iscritti ai social network prima dei 14 anni e solo un ragazzo su 16 risulta non essere connesso alla rete.
Oggigiorno l'utilizzo del web è fondamentale, ma il problema non è tanto la tecnologia, quanto il modo di usufruirne. La presidentessa del "CORECOM Lombardia" Arianna Sala, che ha fatto un breve intervento introduttivo, a riguardo è stata molto chiara: «L'uso dello smartphone è sempre più anticipato, è come dare a un neopatentato una Ferrari e non insegnargli come usare il freno».

L'AIUTO DEL CORECOM - La dottoressa Sala ha spiegato la funzione del CORECOM ("Comitato Regionale per le Comunicazioni") nell'ambito del cyberbullismo: esso svolge un'attività di vigilanza in materia di tutela e monitoraggio dei minori, inoltre ha aperto il primo sportello "help web-reputation giovani" in Europa. Questo strumento è nato per eliminare da internet o quanto meno deindicizzare (togliere dai motori di ricerca) immagini, chat, articoli e dati sensibili di minori lesi nella loro dignità, sempre che la situazione non sia particolarmente allarmante e quindi di competenza dell'autorità giudiziaria.
Nel succitato intervento è stato sottolineato che quando si è in presenza di un reato come la diffamazione aggravata (art. 595, co. 3 c.p.), il furto d'identità (art. 494 c.p.) e la diffusione di materiale pedopornografico (art. 600 ter, co. 3 c.p) il vero garante è la Polizia Postale: al "CORECOM Lombardia" rimane il compito residuale di prevenire alcuni problemi che possono creare imbarazzo e malessere ai ragazzi, previo appuntamento telefonico attraverso il numero dedicato 0267482725.

HAI 14 ANNI? SEI IMPUTABILE - «Da 14 anni in su siete imputabili, giusto per darvi il buongiorno!», così ha esordito l'avvocatessa Marisa Marraffino rivolgendosi ai ragazzini presenti. Il legale si occupa di reati informatici da molti anni e in questo modo ha alzato immediatamente l'attenzione dei giovani: «Non si tratta solo di bullismo, ma anche di droga. Sono stanca di sentire ragazzi di 14/16 anni che dicono "lo faccio perché lo fanno tutti". Molto spesso sento parlare di "scherzo", ma bisogna mettersi nei panni della vittima. Voi parlereste di "scherzo" in caso di rapina, estorsione sessuale o spaccio di droga?». Seguendo l'iter logico la Marraffino ha fatto l'esempio di un caso in cui un ragazzo ha costretto un suo compagno di classe a mangiare un panino sporco mentre lo riprendeva col cellulare, per poi caricare il video in rete: si tratta di violenza privata ex art. 610 c.p. e della succitata diffamazione aggravata.
Parlare di "scherzi" banalizza l'accaduto e la giurisprudenza ha sottolineato che il farlo denota «assenza di un processo di maturazione dei minori imputati» (Cassazione, sentenza n. 26595 dell'11 giugno 2018).
È evidente che nel mondo dei ragazzi il modo di comunicare è cambiato, ma non sempre in positivo, perché «manca l'educazione informatica». Come si può risolvere questa gravissima lacuna? Informando su cos'è il cyberbullismo, come prevenirlo e cosa si rischia.
I capi di imputazione possono essere molteplici: diffamazione aggravata, violenza privata, trattamento illecito di dati personali (art. 167, vecchio TU privacy), estorsione sessuale (art. 629. cp.), sostituzione di persona (il suddetto "furto d'identità"), accesso abusivo a un sistema informatico o telematico (art. 615 ter c.p.), molestie (art. 660 c.p.), stalking (art. 612 bis c.p.) e così via.

GLI ITER LEGALI - L'avvocatessa Marraffino dapprima si è soffermata sulle forme di tutela delle vittime, ossia l'istanza al social network, il reclamo al Garante per la protezione dei dati personali e l'ammonimento del questore; in seguito ha spiegato i principali esiti del processo minorile che sono la pena pecuniaria e quella detentiva con la possibilità della riduzione di un terzo della stessa, il perdono giudiziale (art. 169 c.p.) e la messa alla prova (art. 168 bis c.p.).
Il legale ha sottolineato che per arrivare all'applicazione di quest'ultimo istituto devono esserci due importantissime premesse: il riconoscimento dell'addebito e l'avere delle prospettive per il futuro da parte del reo.
Sul tema la Marraffino è stata molto abile a sottolineare il lato psicologico oltre a quello giuridico, un aspetto che diventa fondamentale nei procedimenti a carico dei minori: «Durante gli incontri chiedo spesso ai ragazzi "cosa vuoi fare da grande? C'è una materia che ti ispira? Hai un insegnante preferito?", perché molti di loro fanno fatica a uscire dal presente dell'iter penale, si sentono fermi, bloccati, paralizzati. Invece è importante pensare al futuro, avere sogni e aspettative».
L'avvocatessa ha fatto qualche esempio citando dei fatti accaduti durante la sua carriera: in un caso un bullo si è ravveduto, è stata organizzata per lui una giornata con un ingegnere e recentemente si è laureato proprio in ingegneria. Tuttavia non sempre le cose sono andate bene: in un iter giudiziario dovuto alla condivisione di foto osé di una studentessa, la scuola della stessa e dell'imputato ha praticamente fatto un processo alla giovane (il cosiddetto "victim blaming"), richiamando i genitori ai propri doveri educativi senza fare riferimento a chi si era realmente macchiato del reato.
La Marraffino ha concluso sostenendo che «una settimana su internet è un tempo enorme», perché i dati girano molto velocemente e quindi occorre agire immediatamente.

I CONSIGLI DELLA POLIZIA POSTALE - Subito dopo hanno preso la parola Rocco Nardulli e Marco Domizzi, due dirigenti della Polizia Postale e delle Comunicazioni, l'ufficio specialistico della Polizia di Stato che ha come territorio di competenza la rete internet. Suddivisa in 20 compartimenti regionali, 80 sezioni provinciali e servizio centrale presso il Ministero dell'Interno, questa particolare forza dell'ordine entra in azione per casi di malware, falle nella sicurezza dei server e dei software e agisce perfino sotto copertura al fine di stanare pedofili e terroristi.
Il dottor Nardulli ha descritto i social network, i sistemi di messaggistica istantanea, gli spazi web raggiungibili da indirizzi internet e i programmi per scaricare materiali di vario genere tipo "µTorrent" come "piazze virtuali": «Noi ci occupiamo di tutelare la legalità nei sistemi informatici... e che cos'è un "sistema informatico"? È uno spazio vostro, ma nella rete internet, è un account».
La parola d'ordine è non fidarsi mai: per avere accesso abusivo a un sistema informatico senza autorizzazione oppure ottenere foto osé di ragazzini non serve essere hacker; solitamente i criminali sono molto ingegnosi, aggirano e usano a loro piacimento gli schemi mentali delle persone e puntano sulle loro debolezze.

Il dirigente della Polizia Postale ha fatto l'esempio di un suo collega che, agendo sotto copertura al fine di trovare pedofili sui social network e quindi fingendosi un ballerino di 19 anni, è riuscito ad avere in pochi mesi 200 amicizie di minori su Facebook: «Pubblicava foto dei suoi spettacoli e della vita di tutti i giorni, ma non era un ballerino, non aveva 19 anni, era un mio collega e tra l'altro non sapeva ballare», scherzi a parte: «Il fatto è che in internet tutto ciò che viene pubblicato è preso per vero. Lo stesso vale per i pedofili; fanno finta di organizzare concorsi per diventare famosi, mandano foto, ne richiedono una, poi un'altra sempre più osé e così via e una volta che le ottengono hanno una leva di ricatto molto forte».
In seguito Nardulli si è rifatto direttamente ai ragazzi presenti nell'Auditorium: «Fate attenzione anche quando giocate a un videogioco. Finché si parla del gioco non c'è nessun problema, ma non fidatevi di chi vi chiede informazioni personali, diffidate da richieste inusuali. Se ricevete degli strani messaggi da un vostro amico in un videogioco contattatelo su un'altra piattaforma o telefonategli per avere conferma che a spedirlo sia stato proprio lui».
L'intervento si è concluso con un riferimento al "Protocollo Zeus" di cui noi di DirittoeCronaca.it ci siamo occupati descrivendo uno degli eventi a cui abbiamo assistito e alla nuova app della Polizia Postale YouPol (qui il link per Android e qui per iPhone) per segnalazioni anche in forma anonima.
Durante la relazione sono stati dati alcuni indirizzi di siti utili: www.poliziadistato.it, www.commissariatodips.it, www.facebook.com/AgenteLisa e www.facebook.com/unavitadasocial.

LA STORIA DI CAROLINA - Il convegno è proseguito con la toccante testimonianza di Paolo Picchio, il padre di Carolina, la 14enne di Novara che si è tolta la vita dopo essere stata vittima di cyberbullismo. Durante la sua trattazione il papà è stato molto bravo nell'arrivare alla radice dell'ignobile fenomeno, concentrandosi sulla crescita sessuale dei ragazzi e facendo delle osservazioni che sono sotto gli occhi di tutti, ma che quasi nessuno ha il coraggio di dire pubblicamente.
Picchio ha presentato la figlia come una ragazza aperta a tutti, perché faceva atletica, sciava e giocava a tennis: «Aveva tanti amici e, per gelosia di alcuni ragazzi della sua compagnia "normale", l'hanno fatta ubriacare, le hanno fatto perdere conoscenza e uno di loro l'ha ripresa col telefonino» in quelle che erano pose sessuali. Le immagini sono girate sulla rete e Carolina «si è vista attrice in un video in cui non si riconosceva, ha ricevuto migliaia di insulti, nessuno sapeva che era incosciente. Aveva solo 14 anni ed è stata messa alla berlina da alcuni dei suoi migliori amici». La giovane si è tolta la vita alle 3 della mattina del 5 gennaio 2013, ma prima di farlo ha lasciato dei biglietti spiegando il motivo del suo gesto, in uno di questi gli inquirenti hanno trovato la frase «le parole fanno più male delle botte» che ha ispirato la legge sul cyberbullismo del 2017.
Picchio è stato molto preciso nel trovare il vero motivo che sta alla base del fenomeno: «Stiamo continuando a fare incontri simili in tutta Italia e in un'occasione, quando si è nominata l'app della polizia "YouPol", un'intera scolaresca è scoppiata in una risata fragorosa perché i ragazzini avevano capito "YouPorn". È incredibile che ci sia un accesso così facilitato a quel genere di siti per i più giovani. I ragazzi non raggiungeranno mai una vera maturità sessuale e le donne non verranno mai rispettate finché ci saranno simili possibilità. Il 97% dei ragazzi sostiene di avere imparato la propria sessualità su internet, dove la donna viene perlopiù vista come un oggetto». Questo, anche a parere di chi scrive, è fondamentale: possibile che i motori di ricerca non facciano nulla per deindicizzare gli spazi web porno, dal momento che per visitarli basta dichiarare di aver raggiunto o superato la maggiore età?

TORNARE A PROVARE VERE EMOZIONI - Il papà di Carolina, in modo molto accorato, ha continuato il suo discorso: «Vi state massacrando, dove sono la responsabilità e la solidarietà? Perché dovete avere emozioni su questo? Non provate emozione per un abbraccio invece che per una condivisione su un social network?». Per lui servirebbe un nuovo patto educativo figli-genitori grazie al quale i cellulari verrebbero dati ai giovani solo dopo aver compiuto un certo tipo di percorso educativo.
Nel 2017 300.000 ragazzi hanno compiuto atti di autolesionismo, il 10% pensa di togliersi la vita: «Non voglio che ci siano altre Caroline. Lei è stata discriminata e la sua più grande pena è stata che i suoi migliori amici l'hanno abbandonata. Sono violenze che ti tagliano dall'interno e se non ne parli diventi sempre più vittima, per questo invito tutti a continuare a discuterne insieme».
Poi Picchio ha toccato uno degli aspetti più importanti, ossia il cercare di non demonizzare i carnefici: «Anche i bulli devono essere curati. Fermando il cyberbullo non fate solo del bene al vostro amico, ma anche al cyberbullo, perché è lui il malato. Siate felici di navigare, ma con assoluto valore e rispetto per gli altri».
La Fondazione Carolina si occupa proprio di questo, facendo informazione nelle scuole, nei centri sportivi e negli oratori.

#IOCLICCOPOSITIVO - Ivano Zoppi, direttore generale della Fondazione Carolina e presidente della Pepita ONLUS, durante la giornata ha organizzato per i ragazzi presenti dei giochi a quiz o su modello della famosa app "Ruzzle" con cui ha lanciato i seguenti messaggi: «Tutto quello che succede nel mondo virtuale ha conseguenze nel reale»; «La comunità si basa sul rispetto, per noi stessi e per gli altri: se io sono arrabbiato con me stesso, come posso instaurare un rapporto positivo con un'altra persona?»; «I tuoi selfie, i tuoi amici. i tuoi pensieri non vanno "spammati", ma condivisi con chi lo merita: proteggete la vostra identità e la vostra intimità»; «"Mi piace", visualizzazioni, numero di commenti e condivisioni... non è questo che ti fa crescere»; «Anche sul web si possono commettere reati, basta un like! Pensa prima di postare!», con l'aggiunta dell'hashtag #iocliccopositivo.

IL PROCESSO E LA LEGGE - In seguito ha preso la parola l'avvocatessa Anna Livia Pennetta che ha patrocinato nei processi a carico dei carnefici di Carolina Picchio (al plurale perché soggetti al processo minorile, ma un ragazzo maggiorenne è stato giudicato nel Tribunale ordinario di Novara). Il legale ha subito fatto una riflessione generica: «Anche quando siamo avvocati familiaristi "riceviamo" tante sofferenze non solo dei rapporti fra coniugi, ma anche dei figli. La categoria forense fa da anello di congiunzione tra i giovani e l'applicazione del diritto da parte della magistratura».
La portata del dramma di Carolina non è stata capita subito da tutti: in quel periodo (il 2013) molte testate giornalistiche avevano minimizzato l'evento, spiegando che sarebbe stato difficile se non impossibile trovare un responsabile e che la giovane probabilmente aveva un malessere, un disagio risalente nel tempo. Tuttavia la ragazza aveva spiegato chiaramente nei suoi biglietti cos'era successo e le prove sulla rete sono risultate schiaccianti, tanto che il maggiorenne accusato di cyberbullismo è stato condannato a un anno e 4 mesi di reclusione; per quanto riguarda i cinque minorenni che hanno partecipato al fatto criminoso, l'iter giudiziario è ancora in corso, perché in questo momento sono stati sottoposti al periodo di messa alla prova.
Come già detto la morte di Carolina non è stata vana, perché si è arrivati alla L. 71/2017 sul cyberbullismo che ha finalmente dato una definizione chiara e precisa del fenomeno all'art. 1, co. 2.

Per "cyberbullismo" si intende qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d'identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo.

In ambito penale la normativa codicistica italiana non prevede il reato di bullismo o di cyberbullismo: tutti gli esperti hanno ritenuto che l'introduzione di una nuova figura di reato fosse utronea poiché le condotte incriminanti sono già previste dal nostro diritto penale sostanziale. Oltre ai reati a cui ha fatto riferimento l'avvocatessa Marisa Marraffino, la collega ha aggiunto le percosse (art. 581 c.p. nel caso di botte fra coetanei), le lesioni (artt. 582 e 583 c.p.), le minacce (art. 612 c.p.), il danneggiamento (art. 635 c.p.) e la morte come conseguenza non voluta di altro delitto (art. 586 c.p.). Quest'ultima fattispecie è estremamente interessante, perché secondo quanto ha riferito la Pennetta è molto più facile che le Procure rinviino a giudizio per quel tipo di reato invece di optare per l'istigazione al suicidio ex art. 580 c.p.

I GENITORI E LA SCUOLA L'avvocatessa Pennetta ha proseguito l'excursus giuridico valorizzando la questione sull'imputabilità: una delle cause che la escludono o la diminuiscono è costituita dalla minore età che viene suddivisa in due momenti, ossia sino al 14° anno d'età e dai 14 ai 18 anni. L'art. 97 c.p. infatti riconosce non imputabile il ragazzo così disponendo: «Non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva compiuto i quattordici anni», mentre l'art. 98 c.p. prevede invece l'imputabilità di chi «nel momento in cui ha commesso il fatto aveva compiuto i quattordici anni, ma non ancora i diciotto, se aveva capacità d'intendere e di volere; ma la pena è diminuita».
La responsabilità civile dei genitori riguarda gli artt. 2043 («Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno») e 1173 c.c. il quale, nell'elencare le fonti delle obbligazioni, prevede il risarcimento derivante da fatto illecito, unitamente al contratto e ad ogni altro atto o fatto idoneo a produrle.
Ma nell'ambito minorile diventa fondamentale l'art. 2048 c.c., che accomuna sia i genitori che i docenti, infatti al co. 1 recita «Il padre e la madre, o il tutore sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela, che abitano con essi. La stessa disposizione si applica all'affiliante» e al co. 2 «I precettori e coloro che insegnano un mestiere o un'arte sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi e apprendisti nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza».
L'art. 28 della Costituzione disciplina il sistema delle responsabilità giuridiche del personale docente, mentre la responsabilità giuridica delle scuole trova specifica indicazione nella L. 312/80.

IL DIRIGENTE SCOLASTICO - Quando il dirigente scolastico (la figura che veniva chiamata "preside" nelle scuole secondarie di primo e secondo grado e "direttore scolastico" nelle scuole primarie) omette di denunciare atti di bullismo che configurano reati perseguibili d'ufficio ex art. 361 c.p. è soggetto a responsabilità omissiva propria, che diventa impropria nei casi in cui viene violato l'obbligo di garanzia nei confronti delle vittime per atti di sopraffazione e prevaricazione.
È assolutamente fondamentale ricordare che il dirigente scolastico è un pubblico ufficiale ai sensi dell'art. 357 c.p. e quindi deve comunicare all'autorità giudiziaria tutti gli episodi di bullismo e/o di cyberbullismo che si verificano nel suo istituto. La responsabilità civile gli deriva dal succitato art. 2043 c.c. quando verrà provata la mancata adozione di tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza all'interno della scuola, essendo egli tenuto all'organizzazione, all'amministrazione e al controllo sull'attività del personale scolastico.
L'avvocatessa Pennetta durante la sua carriera ne ha viste veramente di tutti i colori: «Ho avuto a che fare con casi di docenti presi per il collo e legati alle sedie; altri, prossimi alla pensione, non erano in grado di tenere l'ordine. Oggigiorno è difficile fare gli insegnanti di fronte a questi giovani. Indubbiamente serve il contributo dei genitori e della scuola, sempre più spesso i genitori tendono a deresponsabilizzare i figli. Il problema del cyberbullismo va preso molto seriamente perché non nasce da particolari contesti, non ci sono differenze di tipo culturale e sociale».
Il legale ha concluso l'intervento facendo notare che esiste anche il fattore emulazione, il quale nutre l'egocentrismo dei bulli.

Per quanto riguarda noi di DirittoeCronaca.it, saremo presenti ad altri convegni simili e continueremo ad occuparci di questi fenomeni. Seguiteci, iscrivetevi al nostro canale YouTube e alle nostre pagine social.
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Link in ordine di presentazione

Autore: Davide Ronca

Dottore in giurisprudenza con un master in scienze forensi e uno in scienze criminologiche. Giornalista dal 2007, è da sempre attivissimo sul web per portare un'informazione di qualità.