Il caso di Martina Rossi: la puntata di “Quarto Grado” dopo la Cassazione
L'ITER GIUDIZIARIO - Parte dell'ultima puntata di "Quarto Grado" è stata dedicata alla morte di Martina Rossi, la 20enne che il 3 agosto del 2011 è deceduta a seguito di una caduta dal sesto piano dell'hotel Santa Ana a Palma di Maiorca. In un primo momento la tragica vicenda era stata classificata come "accidentale" dalla polizia spagnola, tuttavia le autorità italiane hanno voluto vederci chiaro soprattutto per via della dinamica molto nebulosa: la giovane era caduta dal balcone della stanza 609, quella di quattro ragazzi della provincia di Arezzo che aveva conosciuto il giorno prima, qualcosa non tornava. In primo grado Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi erano stati condannati a 6 anni di reclusione: 3 per morte come conseguenza di altro reato e 3 per tentata violenza sessuale di gruppo. In appello sono stati entrambi assolti, anche se il primo reato era già caduto in prescrizione, mentre il secondo subirà la stessa sorte nell'agosto del 2021. A fronte di evidenti tempi strettissimi la Cassazione si è pronunciata il 22 gennaio annullando le assoluzioni emesse dalla Corte d'Assise di Appello di Firenze che ora dovrà riesaminare il caso.
COS'È SUCCESSO? - "Quarto Grado", pur con le dovute cautele, ha trasmesso il tentativo di massaggio cardiaco praticato da un poliziotto a Martina che è stata descritta come "seminuda e a pancia in su". Secondo la ricostruzione di Albertoni e Vanneschi la ragazza si sarebbe tolta i pantaloni, infilandosi sotto le coperte di questo letto, che però nelle foto sembra intatto.

Poi, in preda a una crisi psicotica forse causata da uno spinello, avrebbe graffiato Alessandro e in seguito si sarebbe gettata dal balcone. Tuttavia secondo gli inquirenti italiani Martina stava cercando di sottrarsi a una violenza, provando a passare sul balcone della stanza a fianco. Secondo il papà della giovane la realtà sarebbe ancora più cruenta: «Erano in due, le hanno tolto il vestito e i calzoncini, le hanno levato gli occhiali che non si sono più trovati e poi lei è volata giù. Si dice che sia caduta scappando, ma io penso che le abbiano dato un pugno in faccia e che l'abbiano buttata giù».

La Procura di Genova non ha riscontrato segni della ragazza sul letto nonostante i due amici avessero insistito sul fatto che lei si sarebbe dimenata sopra di esso, i suoi pantaloncini non sono mai stati trovati. Comunque l'accusa ha potuto mettere agli atti una prova indiziaria molto importante: l'autopsia non ha rilevato tracce di alcol e droga, conseguentemente il racconto dello spinello sembrerebbe decadere.

LO SCONTRO SULLE ANALISI - Anche la difesa è riuscita nel corso dell'iter giudiziario a portare prove piuttosto concrete, se così non fosse non si sarebbe arrivati alle assoluzioni in secondo grado. Stefano Buricchi, l'avvocato di Vanneschi, raggiunto dai microfoni di "Quarto Grado" ha commentato così i risultati delle analisi sui campioni di sangue e urina della giovane, peraltro abbastanza esigui: «C'è scritto "data inizio analisi 17 agosto 2011", quindi sono rimasti dal 4 agosto 2011 al 17 agosto 2011 chiusi a temperatura ambiente all'interno di un cassetto, chiedo cosa possa essere ritrovato. [...] Martina Rossi, è stato approvato in dibattimento, assumeva un gran numero di farmaci. Questi farmaci, assunti con alcol o assunti con sostanze stupefacenti potrebbero scatenare quelle allucinazioni che praticamente sono state descritte per esempio da Albertoni». L'iter processuale è sempre stato caratterizzato da un furente animus pugnandi, in particolare sulla testimonianza di uno psicologo per cui la ragazza nell'anno della maturità soffriva di crisi di ansia e attacchi di panico che erano stati curati con blandi psicofarmaci; durante un'udienza il medico di famiglia, incalzato dalla difesa, ha dovuto ammettere che nel 2010 aveva consigliato alla paziente di assumere un tranquillante. Sulla base di quanto asserito dal giornalista Pierangelo Maurizio, secondo la difesa l'amoreggiare delle amiche in un'altra stanza avrebbe aumentato così tanto il turbamento di Martina da portarla al suicidio.

Dunque la Cassazione ha ribaltato il verdetto, chiedendo sostanzialmente di rifare il processo. L'ospite fisso di "Quarto Grado" Carmelo Abbate ha commentato in questo modo le ultime notizie: «Bisognerà rivalutare gli indizi. Questi genitori meritano almeno che si ristabilisca la dignità della loro figlia, perché la cosa più spiacevole di tutta questa storia è che per cercare in qualche modo di rappresentare a processo le istanze dei due imputati si è finiti per bruciare la dignità di una ragazza, farla passare come una poco di buono, una psicopatica e io spero che uno dei due imputati si rimangi le parole poco opportune che disse nel momento in cui fu assolto, cioè che questa finalmente era la verità che voleva anche Martina».

PROCESSI INDIZIARI - Durante la trasmissione nel focus di Alessandra Viero è stato fatto notare che Martina è caduta "a candela" (o in verticale), in pratica non ci sarebbe stato lo slancio tipico del suicidio. Ma c'è ancora la possibilità di fare luce su quest'aspetto 10 anni dopo? L'esperto Luciano Garofano ha risposto così: «La ricostruzione nelle cadute è sempre aperta a una rivalutazione, l'importante è quali elementi sono stati acquisiti nell'immediatezza sul luogo e sulla persona. Da questo punto di vista non credo che si possa fare molto di più, però bisognerebbe vedere gli atti», tuttavia si potranno sicuramente rivalutare le prove testimoniali. Verso la fine dello spazio dedicato al caso il presentatore Gianluigi Nuzzi ha chiesto al collega Marco Oliva se gli altri ragazzi presenti nell'hotel fossero stati collaborativi e la risposta del giornalista è stata la seguente: «Se siamo in questa situazione evidentemente le testimonianze non hanno portato grande giovamento alla verità. C'è chi ha cercato di dare una mano e chi ha cercato di depistare perché chi ha dato una mano sono per esempio i due turisti danesi che hanno raccontato di aver sentito l'urlo e qualcuno che fuggiva e il ragazzo che aveva conosciuto durante la vacanza, Mattia, che si era presentato spontaneamente per dire che lei non aveva turbamenti e preoccupazioni e poi ci sono i famosi amici che adesso sono a processo per aver, diciamo così, in qualche modo alterato i loro racconti a favore di questi ragazzi che hanno detto per settanta volte "non ricordo" anche su elementi basilari di quella sera».

TORNARE ALLE VECCHIE INDAGINI? - Interpellato da Nuzzi sull'aspetto di una possibile denigrazione di Martina, il criminologo Alessandro Meluzzi ha spiegato che «uno degli aspetti più tristi della vittimologia, cioè dello studio della personalità della vittima di un reato, è proprio lo studio, a volte rigoroso, a volte assolutamente fuorviante come in questo caso, della sua storia, della sua vita, delle sue frequentazioni, delle sue malattie, dei farmaci che assume, di presunti profili di personalità. La Cassazione ha fatto benissimo a riaprire il caso, probabilmente non si arriverà a una verità processuale accettabile, anche se la verità processuale non è l'unica verità, c'è una verità sostanziale che spesso nella vita non riesce ad emergere. Però non si può ricordare la vera origine di questo difetto che è la mancata applicazione di un'indagine accurata che avrebbe dovuto essere fatta con un incidente probatorio in loco, mettendo a confronto direttamente le versioni, le testimonianze e i personaggi. Si tratta di una modalità che oggi purtroppo vedo applicata sempre meno, che fa parte di una visione investigativa probabilmente più antica di quella delle indagini scientifiche basate su fatti criminalistici, ma che può dare invece proprio nelle contraddizioni delle versioni rese durante situazioni in cui le memorie sono ancora fresche, in cui si possono trovare delle prove provate, degli elementi che sarebbero stati in questo caso assolutamente decisivi e che avrebbero dato torto a coloro che oggi invece accusano la vittima».
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